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L’algoritmo del desiderio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Capitolo 1: Il Rito del Sabato

Il salone di Sonia, il sabato mattina, era una trincea di profumi acri e calore. Ma per Marco c’era sempre un posto riservato nell’ultima poltrona in fondo, quella riparata dal paravento in legno scuro, lontano dagli occhi delle clienti che entravano e uscivano con i loro foulard di seta.

Sonia gli passò un asciugamano bollente sul viso. Marco si abbandonò contro la pelle della poltrona, sospirando mentre il vapore gli apriva i pori e la mente.

«Allora?» chiese lui, la voce ovattata dal panno bianco. «Chi abbiamo questa settimana nel tuo confessionale?»

Sonia iniziò a insaponargli le guance con il pennello di tasso, compiendo cerchi lenti e ipnotici. «C’è una nuova, Marco. Si chiama Elena. Suo marito è un avvocato d’affari, uno di quelli che torna a casa solo per dormire e controllare l’estratto conto. Lei è venuta qui tre volte in dieci giorni. Si sta rifacendo il look, il che significa solo una cosa: vuole essere guardata, ma non da lui.»

Marco sorrise sotto la schiuma da barba. «Dettagli, Sonia. Dammi i dettagli.»

«È ossessionata dall’ordine, ma ha una borsa che è un caos totale. Legge romanzi russi mentre aspetta il colore, ma poi passa tutto il tempo a scorrere profili di viaggiatori su Instagram. Cerca l’evasione, ma ha troppa paura di chiederla.» Sonia impugnò il rasoio a mano libera e lo passò sulla coramella di cuoio. «E odia il profumo di lavanda. Dice che le ricorda l’ospedale dove è morto suo padre.»

Marco memorizzava tutto. Ogni parola di Sonia era un dato prezioso che, una volta tornato a casa, avrebbe dato in pasto al suo sistema.

«Brava la mia Sonia,» mormorò Marco mentre lei iniziava a raderlo con precisione millimetrica. «La settimana prossima ti porto quel regalo che volevi. Quella borsa di Gucci che hai visto in vetrina.»

Sonia non rispose subito. Sentiva il peso di quel patto. Guardò le sue clienti nel salone: donne che si fidavano di lei, che le affidavano i capelli e, senza volerlo, i propri punti deboli. Si sentiva un po’ Giuda, ma il brivido di far parte del gioco di Marco, della sua apparente onnipotenza, la teneva legata a lui.

«C’è un’altra cosa,» aggiunse lei, sciacquando il rasoio. «C’è una donna che ha iniziato a frequentare il salone. Non parla molto, ma osserva tutto. Si chiama Giulia. È una che mastica la tua stessa materia, Marco. Lavora con i computer, quelli seri. Ieri mi ha chiesto di te.»

Marco aprì un occhio, rompendo la rilassatezza del rito. «Di me? E cosa sa di me?»

«Niente. Ha solo notato che ogni volta che esci di qui, qualche signora della zona finisce per avere un nuovo ‘migliore amico’. È intelligente, Marco. Forse troppo per i tuoi giochetti.»

Marco richiuse l’occhio, un sorrisetto arrogante sulle labbra. «L’intelligenza è solo un’altra variabile da inserire nel calcolo, Sonia. Più sono intelligenti, più è divertente quando l’algoritmo le convince che sono io l’unica persona al mondo che le capisce davvero.»

Sonia tolse l’asciugamano e lo guardò. Per un attimo, ebbe voglia di tagliarlo davvero con quel rasoio. Ma poi sorrise e gli diede una pacca sulla spalla.

«Vai, cacciatore. La tua preda ti aspetta.»

Capitolo 2: L’Esca

Quel martedì, il salone era immerso in un calore umido e profumato. Elena era seduta davanti allo specchio, con una mantellina nera stretta al collo e i capelli coperti da una pellicola trasparente per il tempo di posa del riflessante. Era in quella terra di mezzo del parrucchiere: non più se stessa, non ancora trasformata. Si sentiva goffa, con lo sguardo fisso su una rivista di arredamento che sfogliava con dita distratte.

Marco entrò. Non cercò lo sguardo di Sonia, ma si diresse dritto verso il bancone della cassa, che si trovava esattamente alle spalle della postazione di Elena.

Poggiò un piccolo pacchetto incartato con cura sulla scrivania di vetro. «Sonia, scusa l’interruzione,» disse Marco. La sua voce era bassa, ma aveva quella frequenza che tagliava il rumore dei phon in sottofondo. «Ho trovato questo in quel mercatino vicino al porto. Mi hai detto che cercavi un fermacarte d’epoca, mi è sembrato perfetto per il tuo stile.»

Sonia, che stava preparando una ciotola di colore, sollevò lo sguardo. Recitò la sua parte con una naturalezza che le fece quasi paura. «Oh, Marco, sei incredibile. Ti ricordi sempre di tutto.»

Elena, intrappolata nella sua poltrona, non poté fare a meno di ascoltare. Nel riflesso dello specchio, vide l’uomo: non era il solito marito annoiato che aspettava fuori, era un uomo che faceva regali pensati, che notava i dettagli.

Marco fece per andarsene, poi si fermò. Il suo sguardo, nello specchio, incrociò quello di Elena. Fu un attimo, ma lui non lo interruppe. Abbassò gli occhi sul tavolino di Elena, dove accanto alla rivista di arredamento c’era una vecchia copia sgualcita de Le Notti Bianche.

«Dostoevskij?» mormorò Marco, come se parlasse a se stesso, ma abbastanza forte perché lei sentisse. Si rivolse direttamente a lei, con un mezzo sorriso colmo di scuse. «Mi perdoni, non volevo sbirciare. È solo che… è un autore pericoloso da leggere in un pomeriggio di pioggia. Spinge a desiderare cose che il mondo di solito non è pronto a concedere.»

Elena sentì il cuore fare un piccolo balzo. Nessuno, in quel salone o nella sua vita, le aveva mai parlato di “desideri” e “letteratura”. Si sentì improvvisamente vista, nonostante la pellicola sui capelli e l’assenza di trucco.

«Lo trovo… confortevole,» riuscì a dire lei, la voce un po’ più acuta del normale.

«Il conforto della malinconia,» concluse Marco, annuendo come se avessero appena condiviso un segreto profondo. «Un piacere averla incontrata… anche se solo tra le pagine di un libro. Sonia, a sabato.»

Uscì senza voltarsi. Sapeva che Elena lo avrebbe seguito con lo sguardo finché la porta non si fosse chiusa. Sapeva che, in quel momento, lei stava già confrontando la “sostanza” di quell’estraneo con il vuoto pneumatico delle sue serate a casa.

 

Capitolo 3: La cattura

Tre giorni dopo, Marco era seduto al bar. Aveva scelto un tavolo dove la luce del pomeriggio lo colpiva di tre quarti, mettendo in risalto il profilo che l’IA aveva definito “rassicurante ma magnetico”.

Quando Elena entrò, lui non alzò subito lo sguardo. Aspettò che lei ordinasse il suo tè verde. Solo allora, come se fosse stato richiamato da un profumo familiare, sollevò gli occhi dal suo libro.

«Ancora lei?» esclamò, chiudendo il volume di scatto. «Incomincio a pensare che la libreria del destino abbia deciso di perseguitarci questa settimana.»

Elena rise, un suono genuino che non sentiva uscire dalla sua gola da mesi. «Inizio a pensarlo anche io, Marco.»

«A questo punto, negarci un tavolo insieme sarebbe un insulto alle coincidenze,» disse lui, indicando la sedia libera. «Mi stavo perdendo tra i canali di San Pietroburgo e ho un disperato bisogno di un punto di vista umano per tornare sulla terra. Mi concede dieci minuti?»

Elena si sedette. Quei dieci minuti, alimentati dalle informazioni segrete di Sonia e dall’algoritmo di Eros-1, furono l’inizio della fine. Marco non stava solo parlando con lei; stava hackerando le sue difese, una parola alla volta.

Quando si salutarono, Elena camminava a dieci centimetri da terra. Marco, invece, non appena lei svoltò l’angolo, tirò fuori il telefono. Il suo volto cambiò istantaneamente: la dolcezza svanì, sostituita dalla freddezza di un contabile.

Aprì l’app di Eros-1.

LOG: Contatto Elena. Fase 2 completata. STATO: Preda catturata. Iniziare sequenza di messaggi notturni per alterare il ritmo del sonno e aumentare la dipendenza dopaminergica.

Mentre digitava, un’ombra si posò sul suo schermo. Era un riflesso nel vetro della vetrina. Giulia era lì vicino, che fingeva di guardare un vestito in esposizione, ma con la coda dell’occhio stava fotografando Marco mentre usava l’app.

La trappola per Elena era chiusa. Ma quella per Marco stava per scattare.

Capitolo 4: Il Rito del Sabato

Dopo l’incontro al bar, Marco non aveva avuto fretta. Aveva lasciato che il desiderio di Elena fermentasse nel silenzio dei suoi messaggi calcolati. Quando finalmente la invitò nel suo attico, sapeva che lei sarebbe arrivata con le difese già sbriciolate.

La serata era stata orchestrata da Eros-1. Le luci erano tarate su una frequenza calda, quasi impercettibile; la musica di sottofondo era un mix di jazz siberiano, un richiamo subliminale ai suoi amati russi.

«Mi sento come se stessi tradendo non solo mio marito, ma tutta la mia vita precedente,» sussurrò Elena, stringendo un calice di vino sul divano.

Marco si avvicinò. Non la toccò subito. Si sedette abbastanza vicino da farle sentire il calore del suo corpo, ma abbastanza lontano da costringerla a sporgersi. «Non stai tradendo nessuno, Elena. Stai solo smettendo di mentire a te stessa. La fedeltà a un uomo che non ti vede è solo un’altra forma di solitudine.»

Quando finalmente la baciò, lo fece seguendo il “profilo di risposta” che l’IA aveva elaborato: un inizio lento, quasi timido, per poi diventare improvvisamente dominante.

In camera da letto, Marco era un chirurgo del piacere. Mentre Elena si abbandonava a quella che credeva essere una passione travolgente, la mente di Marco era gelida.

“Respira al suo stesso ritmo,” gli aveva suggerito l’algoritmo. “Usa il contatto visivo prolungato durante l’atto. Le donne con il suo profilo di abbandono associano l’intensità dello sguardo alla verità dell’anima.”

L’atto sessuale per Marco era una performance tecnica. Ogni carezza era mirata a innescare un rilascio di ossitocina che l’avrebbe legata a lui come una droga. Elena urlava il suo nome, gli graffiava la schiena, convinta di aver trovato finalmente un uomo capace di spogliarla non solo dei vestiti, ma delle sue paure.

Marco, sopra di lei, la guardava negli occhi con una finta adorazione che era pura recitazione. In quel momento, mentre lei raggiungeva l’orgasmo sentendosi, per la prima volta dopo anni, “viva”, lui stava mentalmente aggiornando i dati.

Target acquisito, pensava. Fase di picco biochimico raggiunta.

 

Capitolo 5: La Performance

Poco dopo, mentre Elena dormiva con il viso appoggiato alla sua spalla, convinta di aver iniziato una nuova vita, Marco scivolò fuori dalle lenzuola.

Andò in bagno, si sciacquò il viso e prese il telefono che aveva nascosto nell’armadietto. La luce blu dello schermo illuminò le sue pupille, rendendole simili a quelle di un rettile.

SISTEMA: Feedback post-coitale. Il soggetto mostra segni di attaccamento di Grado A. CONSIGLIO: Non restare a dormire con lei. Inventa un’emergenza lavorativa o un malessere improvviso. Il distacco immediato dopo l’intimità massimizzerà il suo bisogno di te domani mattina.

Marco tornò in camera. Si vestì in silenzio. Poi svegliò Elena con un bacio leggero sulla fronte, la maschera del “Predatore Gentile” di nuovo al suo posto.

«Elena, scusami… mi ha chiamato il server della ditta. C’è un’emergenza informatica che non può aspettare. Devo andare in ufficio adesso.»

Elena si strofinò gli occhi, intontita e felice. «Adesso? Ma sono le tre di notte…»

«È il mio lavoro, piccola. Vorrei restare qui a guardarti dormire per sempre, ma devo andare.» Le diede un ultimo bacio, uno di quelli che sanno di promesse eterne, e uscì.

Mentre scendeva in ascensore, Marco cancellò la notifica del sistema. Non provava rimorso, solo una sottile soddisfazione professionale. Aveva hackerato il corpo di Elena proprio come aveva hackerato i server della difesa l’anno prima.

Non sapeva che, in quel momento, Sonia era sveglia nel suo letto, a pochi isolati di distanza, e stava guardando una foto di Elena sul suo profilo Instagram. Sonia sapeva che Marco l’aveva avuta. Sentiva l’odore della preda bruciata e, per la prima volta, l’ammirazione per Marco iniziò a trasformarsi in pura, limpida nausea.

Capitolo 6: Il Dubbio di Sonia

L’odore di Elena, la mattina dopo, era rimasto impresso nella mantellina di seta nera che Sonia le stringeva al collo. Elena non era solo radiosa; era elettrica. Vibrava di quella vitalità pericolosa che hanno le donne che credono di aver trovato un tesoro in un campo minato.

Sonia osservò il riflesso dell’amica nello specchio. Elena continuava a sorridere al vuoto, le dita che giocherellavano con una ciocca di capelli appena tagliata.

«Sei diversa oggi, Elena,» disse Sonia, cercando di mantenere la voce ferma mentre impugnava le forbici.

«Lo sono, Sonia. Mi sento come se fossi tornata a respirare dopo dieci anni sott’acqua. Marco… lui è incredibile. Ieri sera è stato… non ho nemmeno le parole. È come se mi leggesse dentro, come se sapesse esattamente di cosa ho bisogno prima ancora che io lo provi.»

Sonia sentì un freddo improvviso salirle dalle dita. Conosceva quel copione. Lo aveva sentito decine di volte, con nomi diversi e le stesse identiche espressioni di estasi. Ma vederlo su Elena, che era la sua amica, le fece l’effetto di un acido.

Si fermò. Posò le forbici sul marmo del bancone con un rumore secco che fece trasalire Elena.

«Elena, guardami,» disse Sonia, voltando la poltrona verso di sé.

«Cosa c’è? Mi stai spaventando.»

Sonia sospirò, guardando verso la porta per assicurarsi che le altre clienti fossero occupate con i lavatesta. Si chinò verso di lei, la voce ridotta a un sussurro roco.

«Stai attenta. Marco non è quello che pensi. È un uomo che vive di calcoli, non di sentimenti. Io lo conosco da una vita, gli faccio la barba ogni sabato, e ti dico che quello che hai visto ieri sera… è una recita. È un meccanismo perfetto, ma non c’è cuore dietro.»

Elena si irrigidì, il sorriso che svaniva lentamente. «Sei gelosa, Sonia? È questo? Perché non riesco a credere che tu stia dicendo queste cose dell’uomo che mi hai presentato tu stessa.»

«Non sono gelosa, Elena. Sono complice. E me ne vergogno,» rispose Sonia, gli occhi lucidi di una rabbia amara. «Lui usa la tecnologia per studiarvi. Sa cosa leggete, sa cosa sognate, sa persino che odiate la lavanda perché glielo dico io, o perché lo scopre spiano i vostri dati. Ti ha sedotta con un algoritmo, non con l’amore.»

Elena scosse la testa, liberandosi dalla presa di Sonia. Si alzò dalla poltrona, la piega ancora a metà. «Ti stai sbagliando. Non puoi simulare quello che abbiamo provato ieri sera. Non puoi simulare il modo in cui mi guardava. Sei diventata cinica, Sonia. Forse questo lavoro ti ha fatto sentire troppi segreti e ora non credi più alla bellezza.»

«Elena, aspetta…»

Ma Elena non aspettò. Prese la borsa, lanciò una banconota sul bancone e uscì dal salone come se stesse scappando da un incendio.

Sonia rimase ferma, con le forbici in mano, guardando la porta che ancora oscillava. Si voltò verso lo specchio e vide riflessa Giulia, seduta in fondo, che aveva ascoltato ogni singola parola fingendo di leggere una rivista.

Giulia chiuse il giornale, si tolse gli occhiali e si avvicinò a Sonia.

«Non la convincerai mai con le parole, Sonia,» disse Giulia con una calma glaciale. «Le donne come lei hanno bisogno di vedere il trucco dietro il prestigio. Hanno bisogno di vedere il codice che le sta manipolando.»

Sonia guardò la sconosciuta. «E tu chi saresti?»

«Sono quella che sta per mostrare a Elena, e a te, che Marco non è un mago. È solo un bug nel sistema che va corretto.» Giulia le tese un biglietto con un numero scritto a mano. «Chiamami quando Marco verrà per la sua solita barba. Voglio essere qui quando il suo ‘istinto’ lo tradirà.»

Sonia guardò il biglietto, poi la porta da cui era uscita Elena. Il senso di colpa si trasformò in una decisione fredda. Era ora di spegnere la macchina.

Capitolo 7: Il Cavallo di Troia

Sonia rimase a fissare quel pezzetto di carta per minuti interi, anche dopo che Giulia era uscita dal salone con la stessa discrezione con cui era entrata. Il numero di telefono era scritto con una grafia angolosa, precisa, quasi tipografica. Era il numero di un sicario che non usava proiettili, ma stringhe di bit.

Nei giorni successivi, Marco si sentì un dio. Elena era ormai un burattino nelle sue mani: le bastava un messaggio di tre parole, generato da Eros-1 in base ai suoi picchi ormonali della sera, per farla correre da lui o spingerla a piangere di gratitudine. L’algoritmo non sbagliava un colpo. Marco camminava per strada guardando le persone come se fossero schermi trasparenti, convinto di poter leggere il codice di chiunque.

Venerdì sera, Sonia inviò un unico messaggio al numero sul biglietto: “Domani. Ore 11:00. Il solito posto.”

Sabato mattina, alle 11:00 in punto, Marco varcò la soglia del salone. Era radioso, indossava una giacca di lino che gridava successo e portava con sé una borsa di Gucci in un sacchetto di carta opaca.

«Per la donna che rende possibile ogni mio miracolo,» disse posando il regalo sul bancone davanti a Sonia.

Sonia sentì un brivido di disgusto. Sorrise forzatamente, fingendo l’entusiasmo che lui si aspettava. «Sei troppo generoso, Marco. Accomodati, la poltrona è pronta.»

Mentre Marco si rilassava contro la pelle scura, Giulia entrò nel salone. Non salutò. Si sedette nella postazione più lontana, aprendo il suo computer portatile come se dovesse sbrigare del lavoro urgente. Marco la notò attraverso lo specchio, ma l’arroganza gli impedì di sospettare. “Un’altra preda interessante per la prossima volta”, pensò, chiudendo gli occhi.

Sonia iniziò il rito. Il calore dell’asciugamano bollente avvolse il viso di Marco, isolandolo dal mondo. Era il momento del buio, quello in cui lui si abbandonava completamente.

«Marco, il telefono dà fastidio nella tasca della giacca per l’inclinazione della poltrona,» mormorò Sonia con voce suadente. «Dallo a me, lo appoggio qui sul ripiano.»

Lui, inebriato dal vapore e dalla propria onnipotenza, infilò la mano in tasca e le tese lo smartphone senza aprirlo. «Fai pure, Sonia. Tanto non aspetto chiamate… oggi il mondo aspetta me.»

Sonia prese il dispositivo con le dita che le tremavano. Lo appoggiò sul marmo, ma invece di lasciarlo lì, lo spinse lentamente verso il bordo, dove la mano di Giulia lo intercettò con una velocità felina.

Sotto l’asciugamano, Marco sospirò. Sonia iniziò a insaponarlo, facendo più rumore del solito con il pennello di tasso per coprire il leggero clic dei tasti.

Giulia non aveva bisogno della password. Aveva collegato un piccolo cavo nero dal suo laptop al telefono. Sul suo schermo, decine di finestre iniziarono ad aprirsi e chiudersi. Stava iniettando il “Mirror”: un virus che non cancellava i dati, ma li deviava. Ogni volta che Marco avrebbe interrogato l’IA per sedurre una donna, il sistema avrebbe risposto con la verità più cruda, o peggio, avrebbe inviato alla vittima il dietro le quinte della manipolazione.

Passarono sessanta secondi. Poi settanta. Giulia fece un cenno con la testa. Sonia riprese il telefono e lo appoggiò con un tocco impercettibile sul marmo.

«Ecco fatto, Marco. La barba è perfetta,» disse Sonia togliendo l’asciugamano con un gesto teatrale.

Marco si guardò allo specchio, passandosi una mano sulla pelle liscia. Si sentiva rinato. Riprese il telefono, lo infilò in tasca e si alzò. «Sei un’artista, Sonia. A sabato prossimo.»

Uscì dal salone con il passo di chi possiede la città. Non si accorse che Giulia, dietro di lui, aveva appena premuto il tasto Enter.

Giulia si avvicinò al bancone di Sonia. «Il virus è in incubazione. La prossima volta che proverà a usare la sua app per ‘decodificare’ una donna, sarà il sistema a decodificare lui. E la prima della lista è Elena.»

Sonia guardò la porta da cui era uscito Marco. Il regalo di Gucci era ancora sul bancone, intatto. «Cosa succederà ora?»

«Ora,» rispose Giulia chiudendo il computer, «la macchina smetterà di obbedire al padrone. E Marco scoprirà che, senza il suo trucco, non è niente di più che un bug fastidioso.»

Capitolo 8: Il Colpo di Grazia

Marco sorseggiava il suo spritz ghiacciato, osservando Elena che attraversava la piazza. La vedeva camminare con quel passo incerto di chi ha appena demolito la propria vita: sapeva che quella mattina aveva avuto il confronto finale con il marito. Sapeva che era sola, senza paracadute, e che lui era l’unica cosa che le rimaneva.

Sotto il tavolo, lo schermo del telefono illuminava la coscia di Marco. Eros-1 aveva elaborato lo scenario “Scarto Finale”.

SISTEMA: Soggetto ha azzerato i legami esterni. Dipendenza totale confermata. FASE: The Discard (Lo Scarto). OBIETTIVO: Massimizzare il trauma per confermare il dominio psichico.

Elena sedette, gli occhi arrossati ma carichi di una speranza disperata. «È fatta, Marco. Gli ho detto tutto. Ho preso le mie cose, sono in albergo. Ora possiamo finalmente…»

Marco non le lasciò finire la frase. Non le prese la mano. Anzi, si scostò leggermente, come se lei emanasse un odore sgradevole. Cambiò l’espressione del viso: passò dalla finta adorazione a una noia gelida e distaccata.

«Vedi, Elena,» disse lui, con una voce piatta che sembrava uscita da un sintetizzatore vocale. «È proprio questo il problema. Questa tua… intensità. Questa disperazione. È diventata soffocante.»

Elena si bloccò, il respiro sospeso. «Cosa… cosa stai dicendo? Ho fatto tutto quello che mi hai chiesto. Ho lasciato tutto per te.»

«Ed è esattamente questo che ti rende poco attraente,» continuò Marco, seguendo le linee guida del software per infliggere il massimo danno. «Una donna che distrugge la propria famiglia per uno sconosciuto incontrato in un bar manca di dignità. Mi ero innamorato dell’idea di una sfida, Elena. Ma ora che sei ridotta così… non sei più la donna russa dei romanzi. Sei solo un caso clinico di cui non voglio occuparmi.»

Il volto di Elena si svuotò di ogni colore. Era il colpo di grazia: l’abbandono dopo la terra bruciata. Marco provò un brivido di onnipotenza divina. L’aveva portata al picco più alto solo per gustarsi il rumore dello schianto.

Marco fece per alzarsi, pronto a lasciarla lì, distrutta tra i tavolini del bar. Era il suo capolavoro. Ma proprio mentre infilava il telefono in tasca, il dispositivo emise un suono stridulo, un glitch elettronico che attirò l’attenzione dei tavoli vicini.

Lo schermo si accese da solo, proiettando una luce rossa violenta.

«Che diavolo…» imprecò Marco.

Il virus di Giulia era passato all’attacco. Non solo stava inviando i log, ma stava attivando la riproduzione audio dei “Pensieri Interni” che Marco aveva dettato all’app durante le settimane precedenti per addestrare l’algoritmo.

Dagli altoparlanti del telefono, la voce di Marco risuonò nitida, amplificata, in mezzo al silenzio del dehor:

AUDIO LOG 12/04: “Elena è patetica. Basta citare due righe di Dostoevskij e cade a pezzi. Odia la lavanda per via del padre morto: usatelo per farla piangere, la rende più facile da manipolare.”

Elena, che un secondo prima era accasciata su se stessa, sollevò la testa. Il dolore venne istantaneamente sostituito da una confusione gelida che si trasformò in una furia lucida mentre l’audio continuava:

AUDIO LOG 18/04: “Oggi la mollo. Il gioco è finito. Voglio vedere che faccia fa quando scopre che non me ne frega niente di lei. È stato l’esperimento più noioso dell’anno.”

Marco fissò il telefono come se fosse una vipera. Cercò di premerlo, di spegnerlo, ma il touch-screen era bloccato da faccina sorridente.

Elena non piangeva più. Si alzò in piedi. Non era la donna distrutta che Marco voleva creare; era una donna che aveva appena visto il mostro senza maschera.

«Un esperimento, Marco?» chiese lei, con una calma che lo terrorizzò più di un urlo.

Proprio in quel momento, il telefono di Marco fece l’ultima cosa che avrebbe dovuto fare: inviò a tutti i contatti della sua rubrica, inclusi i suoi datori di lavoro e i suoi genitori, un link pubblico intitolato: “IL MANUALE DEL PREDATORE”

Marco alzò lo sguardo e vide Giulia, seduta a tre tavoli di distanza. Lei sollevò il suo calice di vino verso di lui, in un brindisi silenzioso.

Il predatore non aveva solo perso la preda; era appena stato vivisezionato in diretta mondiale.

Capitolo 9: L’Ego in Cenere

Dopo lo scontro al bar, Marco si rifugiò nella sua auto. Era l’unico posto dove si sentiva ancora il padrone del suo spazio. Premette il pulsante di accensione e il motore vibrò con un sommesso ronzio elettronico.

Immediatamente, il grande schermo touch sul cruscotto si illuminò. Ma invece della solita mappa del navigatore, apparve l’icona di una chiamata in corso. Il nome sul display era: DEBUGGER.

Prima che Marco potesse premere “Termina”, le casse dell’impianto surround dell’auto gracidarono. La voce di Giulia non era un effetto speciale; era la voce fredda di una persona in linea, amplificata dall’acustica perfetta dell’abitacolo.

«Non cercare di chiudere la chiamata, Marco. Il sistema è in loop. Anche se spegni l’auto, ripartirà ogni volta che riaccendi, fino a quando non avrò terminato.»

Marco restò immobile, le mani ancora sul volante. «Cosa vuoi da me?»

«Voglio che tu senta quello che ho appena inviato a tutte le donne del tuo database,» rispose la voce di Giulia, calma e spietata. «Ho attivato il microfono ambientale del tuo telefono ogni volta che parlavi da solo davanti allo specchio, o quando dettavi a Eros-1 i tuoi “successi”. Ti senti un genio, Marco? Ascolta il tuo genio.»

Dalle casse dell’auto iniziò a uscire la sua stessa voce. Ma non era la voce suadente che usava con Elena. Era una voce gracchiante, carica di un narcisismo patetico, mentre analizzava come un trauma infantile potesse essere usato per ottenere un rapporto sessuale. Sentire quelle parole rimbalzare contro i sedili in pelle, nello spazio chiuso della sua “fortezza”, rese tutto improvvisamente squallido.

«Basta…» sussurrò Marco.

«Il Mirror è attivo, Marco. Ogni volta che proverai a usare la tecnologia per connetterti a un altro essere umano, io sarò lì. Sarò il rumore di fondo. Sarò il log che ti smaschera. Ora vai da Sonia. Ti sta aspettando per l’ultimo saluto.»

La chiamata si chiuse con un clic secco. Lo schermo dell’auto tornò nero. Marco guardò il suo riflesso nel vetro oscurato del finestrino. Per la prima volta, non vide un predatore. Vide un uomo di mezza età, solo, seduto in un giocattolo costoso che non sapeva più come guidare.

Guidò fino al salone di Sonia. Era l’ultimo posto dove era stato “Marco il Magnifico”. Aveva bisogno che Sonia lo guardasse con timore, che gli confermasse che era ancora lui il predatore.

Entrò nel salone spalancando la porta. Il campanello emise un lamento acuto. Marco era stravolto: la camicia slacciata, i capelli che per la prima volta non erano perfettamente in ordine, lo sguardo febbrile.

«Sonia! Dimmi che è un incubo. Dimmi che quella Giulia sta mentendo!» urlò, ignorando le clienti che lo fissavano con un misto di scherno e ribrezzo. Molte di loro avevano il telefono in mano: il link con il “Manuale del Predatore” stava già facendo il giro dei social locali.

Sonia posò le forbici con una calma glaciale. «Entra dentro, Marco. Prima di renderti ancora più ridicolo.»

Si chiusero nel retrobottega. «Sonia, devi aiutarmi. Cancella tutto, dì a Elena che ero confuso, che il software mi ha spinto oltre…» Marco la afferrò per le braccia, cercando disperatamente un’ancora.

Sonia lo scostò con un gesto secco. «Non c’è più nessun “oltre”, Marco. C’è solo un uomo vuoto che ha bisogno di un’app per respirare. Pensavi che mi divertissi a passarti i segreti di queste donne? Lo facevo perché mi facevi sentire parte di qualcosa di grande. Ma guardarti ora… sei solo un piccolo uomo con un complesso di inferiorità grande quanto un grattacielo.»

«Ti ho dato tutto, Sonia! Ti ho fatto sentire speciale!»

«Mi hai resa complice di un crimine contro l’anima, Marco. Ma Elena mi ha ricordato cos’è la dignità.» Sonia aprì la porta del retrobottega, esponendolo allo sguardo delle clienti che ora ridevano apertamente guardando i suoi audio-log sui loro schermi. «Vattene. Il tuo ufficio stampa ha appena pubblicato la tua confessione integrale. Sei finito. Non potrai mai più guardare una donna negli occhi senza che lei sappia esattamente che trucco stai usando.»

Marco uscì dal salone barcollando. Si sentiva nudo, trasparente. La città non era più il suo terreno di caccia, ma uno stadio pieno di gente che fischiava la sua uscita di scena.

In quel momento, il suo telefono ebbe un ultimo sussulto. Lo schermo mostrò un’unica riga di testo, l’ultimo verdetto di Giulia:

ERRORE DI SISTEMA: Narcisista non trovato. Reboot impossibile.

Marco lanciò il telefono contro il muro, frantumandolo. Ma il rumore del vetro non coprì il peso della sua totale irrilevanza.

Epilogo: Il Debug Finale

Settimane dopo, il salone di Sonia era diventato un luogo di potere diverso. Sull’insegna era apparso un piccolo logo: uno scudo digitale. Sonia, Elena e Giulia sedevano vicine.

«Si è trasferito in un’altra città, pare,» disse Elena, sorseggiando il suo caffè. «Lavora in un archivio, da solo. Non parla con nessuno. Senza la sua IA, non sa come iniziare una conversazione.»

«Il silenzio è la sua giusta cella,» commentò Giulia. «Abbiamo mappato un altro profilo a Milano. Un certo ‘Francesco’. Usa un algoritmo simile, ma con una variante: usa le delusioni d’amore per sembrare un salvatore. Ha già agganciato tre donne.»

Sonia guardò il rasoio a mano libera sul bancone. Lo prese, ne saggiò l’affilatura e sorrise verso lo specchio, dove non c’era più spazio per i fantasmi.

«La barba è pronta,» disse Sonia. «E noi abbiamo appena iniziato a fare pulizia.»

#ilragionierechenonragiona

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